Il tango, un percorso fatto di paradossi.

Si parte dalle prime difficoltà di movimento nello spazio, per transitare alla ricerca spasmodica dei famosi “passi”, banalizzando il tango al saper fare o al non saper fare una determinata sequenza, il tutto condito con l’ansia di non apparire ripetitivo, cadendo infine nella trappola dell’eccessivo movimento. Ma per chi studia il tango e continua a studiarlo, si svela un primo affascinante paradosso, più si cresce, più si balla, più si affinano le sensazioni, più si comprende che l’obiettivo non è l’esibizione di movimenti complessi, ma il modo in cui ci si muove, anche nei movimenti più elementari.E così il tango evidenzia un ulteriore paradosso, è un continuo percorso a ritroso, dove all’inizio si accumulano con voracità elementi, passi e movimenti, per arrivare, nel trascorrere degli anni, alla ricerca spasmodica di cavare, togliere ed eliminare tutto il superfluo. Il desiderio di miglioramento, la ricerca di una “perfezione” di ascolto ed equilibrio, si appropria del tanguero e lo trasforma in uno studente a vita, dove ogni lezione diventa un laboratorio, dove ogni ballerino, con cui si studia, diventa uno specchio, per individuare le proprie rigidità. E i paradossi del tango non finiscono mai, come quello della ricerca dell’interpretazione musicale, la cosiddetta musicalità, dove nei brani … i silenzi riescono ad assumere più importanza della ritmica e della melodia. Insomma nel tango, si continua a studiare, per imparare a fare il meno possibile … magari, rimanendo immobili … al momento giusto!

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